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SCETTICISMO E DISINCANTO I VIRUS DA COMBATTERE

Il futuro oggi più che mai è di chi sa costruirlo insieme. Lasciando parlare la concretezza

Società, squadra, tifosi. Il futuro, oggi più che mai, è di chi sa costruirlo insieme. Anche se si tratta di ripartire, bisogna farlo insieme, ricucendo al più presto quel legame di fiducia che la sconfitta con la Reggiana ha spezzato. Altrimenti aumenterà lo scetticismo di quella parte della città apatica, quasi estranea al mondo biancorosso. Purtroppo la scintilla non è mai scoccata fino in fondo: se i giocatori del Bari girassero in via Sparano come delle persone qualunque, quanti sarebbero in grado di riconoscerli?

Ecco, tra le zone grigie, al di là dei rendimenti sul campo, c’è anche la necessità di un’operazione simpatia. Di una strategia che avvicini di più società, squadra, tifosi e città. Un passo indispensabile se si vuole puntare sul consenso diffuso, altro elemento base per un futuro diverso.

Nessun processo, sia chiaro. Solo un’analisi in profondità di quanto accaduto per capire gli errori commessi, dove intervenire e cosa correggere che, però, non può rimanere fine a se stessa. Il disincanto strisciante, senza interventi decisi, potrebbe tradursi in disamore verso la prossima stagione.

Gli ostacoli sono tanti. Inutile nasconderli. Il club ha il secondo monte ingaggi nella serie C appena conclusa e sarà difficile ripetere il numero di abbonamenti dell’ultimo campionato (non dimentichiamo l’effetto Coronavirus sempre in agguato). Aggiungiamo i mancati ricavi, la difficoltà oggettiva nel trovare nuovi sponsor. Inoltre i 27 risultati utili consecutivi di mister Vivarini, l’obiettivo centrato dei playoff e l’arrivo in finale però non possono avere il profumo della gratificazione. Le premesse erano altre. Né possono valere le solite diatribe: la squadra non l’ho costruita io, l’ho ereditata. Qualcuno l’ha assemblata, questa squadra. Sono state fatte scelte precise, sono stati presi giocatori con determinate qualità. Se il mercato non ha accontentato l’allenatore, avrà accontentato il club manager. Il passato rischia di diventare ingombrante e costoso. Dunque, è il tempo delle riflessioni. Che non significa sacrificare qualcuno a tutti i costi per accontentare gli umori della piazza: la gestione della vicenda di Ciccio Caputo dovrebbe aver insegnato qualcosa.

Insomma, nessuna sindrome Tafazzi, il personaggio masochista di Mai dire gol che lo portava ad auto flagellarsi nelle parti più nascoste. Il progetto c’è. E’ solido, cercato, costruito, voluto, sostenuto: arrivare in alto, quando si parte dal basso, non è poi così facile o scontato; l’importante comunque è rimanerci, in alto, garantire stabilità, magari con una competitività ritrovata, per cancellare il soprannome di “squadra ascensore” affibbiato al Bari dal passato. Bisogna però spiegare al popolo biancorosso, con chiarezza e trasparenza, quali saranno le prossime mosse. Il girone C della serie C si annuncia - a scorrere il nome delle squadre già iscritte e di quelle che si potrebbero iscrivere - una specie di inferno dantesco. Per evitare la lotteria playoff c’è una sola via d’uscita: allestire una squadra “ammazza campionato”, colmando le lacune emerse quest’anno. L’attesa per una scalata può essere stimolante quanto l’arrivo in vetta. Saper aspettare vuol dire anche saper costruire. Cosa ben diversa dal sapersi accontentare. L’ossessione di bruciare le tappe non porta da nessuna parte. Non abbiamo più bisogno di suggestioni rimaste a metà. Facciamo pace con i fantasmi della storia una volta per tutte. Il Bari ai baresi? Uno slogan vuoto, senza senso, se si esaminano i risultati degli ultimi anni del “Bari dei baresi”. Possibile che siano già state rimosse dalla memoria collettiva retrocessioni e fallimenti?

I De Laurentiis hanno il merito di aver riacceso la luce. Manteniamola accesa. Insieme. L’alternativa è il buio della notte.

Nani Campione

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