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SALVO' IL BARI DALL RETROCESSIONE, MORI' AD AUSCHWITZ

La tragedia di Arpad Weisz primo allenatore in serie A dei biancorossi


Era bravo. Ma era ebreo. Le due cose, a quei tempi, non andavano d’accordo. E sulla sua strada non ha trovato nessun Giusto che lo abbia potuto aiutare e salvare. Arpad Weisz nasce a Solt, Ungheria, il 16 aprile del 1896 da una famiglia di origine ebrea. E’ uno dei primi grandi calciatori ungheresi: ala sinistra dai piedi buoni, non segna spesso ma è molto bravo a servire i compagni. Ha una visione di gioco globale. In Italia, sbarca ad Alessandria. Poi alla grande Inter. Undici presenze e tre gol prima di un infortunio che compromette la carriera di calciatore. Appende le scarpe al chiodo e diventa allenatore. Gli piace curare nei dettagli la preparazione atletica dei giocatori. E parla di tattica in campo. Concetto rivoluzionario. Ha fiuto, Weisz, anche nell’individuare i campioni. Come quando osserva un ragazzo delle giovanili e decide di promuoverlo immediatamente in prima squadra nonostante lo scetticismo di molti giocatori. "Balilla" era il termine con cui, in periodo fascista, venivano indicati i bambini o poco più. Quel "balilla" si chiama Giuseppe Meazza. L’Internazionale diventa Ambrosiana per volere del fascismo che non gradisce quella parola e vince lo scudetto nel 1930. Lo scudetto di Meazza (31 gol) e di Weisz (a 34 anni è il più giovane tecnico a conquistare il titolo tricolore, record ancora imbattuto) che lancia “il sistema”, il suo modo di concepire il calcio, in contrapposizione al tradizionale “metodo”. Applica per la prima volta gli schemi, sostituisce i rilanci dell’epoca con i passaggi precisi e rasoterra, consente ai terzini di attaccare, crea il quadrilatero di centrocampo, avanzando i due mediani e arretrando le due mezzali. Una rivoluzione. Arpad la stagione successiva viene ingaggiato dal Bari. Un colpo storico. E’ come se nel capoluogo pugliese sbarcasse Mourinho. Il presidente Liborio Mincuzzi compie il miracolo. La missione del tecnico è di quelle impossibili: salvare una squadra che al termine del girone di andata è ultima in serie A, campionato al quale partecipa per la prima volta. Il clima è rovente. I tifosi contestano. Durante la sconfitta in casa col Milan (5-2), scatta l’invasione. Weisz non si scoraggia. Il Bari comincia una marcia trionfale che si concluderà con la vittoria sul Brescia (2-1) nello spareggio salvezza disputato a Bologna. Venticinque punti in classifica e niente retrocessione. Quando la squadra scende dal treno, il bagno di folla è inevitabile. L’allenatore sarà addirittura portato a spalla dai tifosi da piazza Massari fino a via Podgora, a Carrassi, dove abita.

Poi, il ritorno all’Ambrosiana, l’esperienza nel Novara per tanti anni al vertice della serie A. Nel 1935 la chiamata del Bologna che vuole spezzare l'egemonia di una Juventus capace di conquistare, dal 1931 al 1935, cinque scudetti consecutivi. Sembra un’altra missione impossibile. Che si trasforma in un capolavoro. Il Bologna conquista il titolo con un punto sulla Roma, e concede il bis l'anno successivo sbaragliando Lazio e Torino. Nasce "lo squadrone che tremare il mondo fa". La legge rossoblù conquista l’Europa. A Parigi si disputa nel 1937 il torneo dell’Esposizione, una specie di Champions League dell’epoca. Nei quarti capitola lo Sochaix (4-1) squadra francese, in semifinale (2-0) tocca allo Slavia Praga. In finale c’è il Chelsea. Ma questo Bologna impartisce lezioni di calcio a chiunque: finisce 4-1 per i felsinei.

Nel 1938 vengono promulgate le "leggi razziali". Gli ebrei sono indesiderati, non possono lavorare e mandare i figli a scuola. Non c’è spazio per Weisz che si dimette e con la famiglia, la moglie Ilona più giovane di lui di 12 anni e i figli Roberto e Clara, raggiunge prima Parigi - qui però non trova lavoro - e poi l’Olanda. Il Paese dei tulipani sembra più tollerante e tranquillo. E poi la squadra degli ebrei olandesi è l’Ajax. Così riprende ad allenare. Tocca al Dordrecht, una squadra senza pretese di studenti, ragazzini e operai. Che vola sempre più in alto nel campionato locale, batte il Feyenoord e ottiene un quinto posto.

La Germania di Hitler però invade l’Olanda neutrale. Tutti gli ebrei vengono prima schedati, imprigionati e deportati. Weisz e la sua famiglia non hanno scampo: sono prima reclusi nel campo di prigionia di Westerbork, lo stesso di Anna Frank, quindi, quando viene varata la "Soluzione finale", finiscono ad Auschwitz. Ilona, Roberto, 12 anni e Clara, 8 anni, sono immediatamente dirottati a Birkenau, dove muoiono nelle camere a gas. Arpad no, finisce in un campo di lavoro nell’Alta Slesia, ma ormai è un uomo distrutto. Il destino è però segnato: dopo poco più di un anno viene spedito ad Auschwitz. Il 31 gennaio del 1944, a 47 anni, il suo cuore cessa di battere.

Bari, non si è privata del ricordo di Weisz, il grande uomo di calcio e lo ricorda ancora oggi. A lui è intitolata una strada nei pressi dello stadio San Nicola. Nel giorno della memoria, per commemorare le vittime dell’Olocausto, ci sembra doveroso non dimenticare Arpad Weisz, il maestro del calcio europeo che salvò i biancorossi dalla retrocessione. L’errore più grande da non commettere è quello di dimenticare.

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