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PERINETTI: "PERCHE' ANDAI VIA? LO DICHIARAI ALLA PROCURA DI SIENA"

"Ho vissuto anni esaltanti e sarei tornato. Ma non mi ha chiamato nessuno. Tranne uno..."

A Bari sarebbe tornato, anche a piedi. Eccome se sarebbe tornato… A Giorgio Perinetti, dirigente sportivo di lungo corso, uno dei più autorevoli del panorama calcistico nazionale , sono legati due degli anni più belli e vincenti della storia biancorossa. Quelli della promozione in serie A 2009/10 con Antonio Conte in panchina (da lui fortemente voluto quando l’ex capitano della Juve non era ancora nessuno come allenatore) e della stagione successiva quando Conte fu sostituito da Giampiero Ventura (che qualche anno dopo sarebbe diventato il ct della Nazionale) e il Bari del 4-2-4 marchio di fabbrica del tecnico genovese raggiunse il decimo posto e i 50 punti, mai così tanti in serie A. Era il Bari di Barreto, Kutuzov, Almiron, Bonucci, Ranocchia… Un Bari che nel decennio successivo non ha saputo fare meglio, anzi è caduto molto in basso conoscendo l’onta del fallimento dopo oltre un secolo di vita, dovendo ripartire due stagioni fa dalla serie D con un nuovo nome e una nuova solida proprietà, la famiglia De Laurentiis.


Allora direttore, lei ha detto in più occasioni che a Bari sarebbe tornato dopo quelle due annate straordinarie, ma…

“Semplicemente non mi ha chiamato nessuno, tranne uno…”

Chi?

“L’ex presidente Giancaspro, è l’unico che ha pensato a me”.

Ahi… signor Perinetti, lei lo sa che qui non si può quasi nominare (all’imprenditore molfettese è legato il fallimento del Bari).

“Sì, ma è stato l’unico con cui ho avuto un contatto e che mi propose di tornare. Poi non se ne fece più nulla, ma con le altre gestioni non ho mai parlato”.

Quindi lei sarebbe tornato con un progetto serio…

“Certamente, guardi a Bari sono rimasto legatissimo, ho vissuto tre stagioni memorabili che resteranno per sempre nel mio cuore…”.

E anche nel cuore dei baresi, direttore… Come quelle al Palermo, altra piazza in cui lei ha vinto. Cosa hanno in comune Bari e Palermo, al di là dell'ultimo pareggio?

“Due piazze passionali del Sud, con tifoserie straordinarie. Ho ancora negli occhi i 55mila di Bari-Empoli al San Nicola, l’anno della promozione in serie A. Due piazze che hanno tutto per poter ambire non alla serie A, ma all’Europa, l’ho sempre detto e lo sostengo tuttora”.

Ecco parliamo di campo: il Bari ha avuto qualche passo falso ma, soprattutto, dopo la Reggina nella passata stagione, quest’anno si ritrova una super Ternana che va ancora più forte dei calabresi.

“E’ vero, gli umbri hanno un cammino impressionante, ma il campionato è tutt’altro che finito. Per vincere non basta avere giocatori bravi, altrimenti sarebbe facile”.

E che altro serve?

“La gestione degli uomini è più importante del mercato. La gestione della squadra, la gestione delle pressioni…”.

Appunto, a Bari si parla tanto di pressione, ma non le sembra un tantino esagerato visto che i tifosi non possono andare allo stadio per le partite, né seguire gli allenamenti?

“La pressione non è solo quella dei tifosi. La pressione è quella dell’ambiente, di cui fanno parte anche le legittime ambizioni della dirigenza, i media, i social”.

Nel Bari ci sono giocatori carismatici e che hanno alle spalle tanti anni di serie A come Antenucci, Di Cesare. Eppure qualche settimana fa proprio Antenucci nell’intervista post vittoria sul Catanzaro (fra l’altro decisa proprio da un gol dell’attaccante molisano) si lasciò andare a dichiarazioni che non sono piaciute molto alla piazza.

“Ecco vede, Antenucci è un grande attaccante, un giocatore di personalità. Però proprio per questo forse si sente più responsabilizzato di altri, soffre questa responsabilità e forse ciò lo ha portato a dire certe cose”.

Ma la Ternana cosa ha più del Bari, a parte una gara in più giocata?

“In questo momento è superiore, è una squadra di gamba e con valori tecnici importanti, faccio due nomi su tutti: Falletti e Palumbo. Falletti è calciatore che ti cambia il verso delle partite. Ma ripeto, la stagione è ancora da giocare, i conti li faremo alla fine”.

Le piace mister Auteri?

“Non l’ho mai avuto come allenatore, ma il curriculum parla per lui. Ha vinto tanto, è uno dei migliori in questa categoria che conosce benissimo”.

Ma lei avrebbe rivoluzionato la squadra e sostituito Vivarini, arrivato senza sconfitte alla finale playoff con la Reggiana, poi purtroppo persa e giocata male dal Bari?

“Guardi se non sei dentro è difficile dirlo, quindi non mi avventuro in questo discorso”.

Dunque ne affrontiamo un altro: si parla di riforma della serie B e di riflesso della C. E’ sostenibile ancora una C a 60 squadre?

“La crisi di molte società negli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti. E’ chiaro che se si riforma la B, bisogna cambiare anche il format della C, diminuire il numero delle squadre, magari tornare al semiprofessionismo, ripensare il sistema della fiscalità. Insomma c’è un grande lavoro da fare. E soprattutto…”.

Soprattutto?

“Tornare a puntare sui vivai e a valorizzare i giovani italiani. La serie C deve essere la vetrina del talento, dei nostri ragazzi migliori, spesso schiacciati dalla concorrenza degli stranieri. Vede Palermo e Bari sono accomunate anche da questo. Hanno un bacino enorme da cui pescare. Il Palermo potrebbe essere come l’Atletico Bilbao, essere una squadra di soli calciatori siciliani, per quanti ragazzi di valori ci sono in quella terra. E Bari non è da meno”.

Grazie per la chiacchierata direttore. Ah… poi un giorno ci dirà perché andò via da Bari?

“La mia verità l’ho raccontata alla Procura di Siena e per ora è secretata”.

Vito Contento

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