• redazione

PASQUALE LOSETO IL MASTINO, DA GIGI RIVA A GEORGE BEST

Oltre 100 partite disputate tra serie A e serie B. Marcando gli attaccanti migliori

Pasquale Loseto è stato una delle storiche bandiere del Bari. Dai 12 ai 29 anni in biancorosso da calciatore collezionando più di cento apparizioni fra serie A e serie B. E oggi, si diverte ancora. Fisicamente sto alla grande: gioco ancora con gli amici. Nel calcio a undici non sono più difensore ma centravanti, addirittura mi chiamano Higuaìn per il numero di gol che segno e perché metto gli altri nelle condizioni di segnare. Adesso, purtroppo, ci siamo accontentati del calcio-tennis”.


Uno dei campioni che ha affrontato nella sua fantastica avventura e forse quello che l’ha impressionato è stato Gigi Riva. Ha per caso ritrovato la maglietta indossata da Gigi Riva nell’aprile del 1970? Ha detto recentemente di averla smarrita. “No, spero ce l’abbia mio figlio. L’ho conservata con cura per cinquant’anni e in seguito a un trasloco non l’ho più trovata. Ci tenevo davvero tanto”. Oltre “rombo di tuono”, quali altri giocatori ricorda? “Ho giocato contro George Best, nel 1970, durante una tournèe negli Stati Uniti. Giocava nel Manchester United. Il giorno prima della sfida disse in un’intervista di non conoscermi e che avrei dovuto aver paura di lui. Io risposi, scherzando, che la prima entrata gliel’avrei fatta ad altezza bocca, così non avrebbe più potuto parlare (ride, ndr). Era davvero impressionante come calciatore, oltre a essere un personaggio”.


Dal passato al presente: che cosa si prova, 48 anni dopo l’ultima volta in cui hai vestito la maglia biancorossa da giocatore, ad essere ancora un punto di riferimento per migliaia di persone nella città in cui è nato?

“Ho sempre dato tutto per i miei colori e la gente si ricorda di questo. In più sono stato tanti anni in società anche dopo aver smesso di giocare, allenando i ragazzi del settore giovanile”.

Lei ha lavorato per più di un decennio nel settore giovanile del Bari. Perché si ha ancora timore nel lanciare ragazzi fra i professionisti? Eppure possono risultare risorse importanti all’interno di un campionato. Anche da valorizzare in chiave economica. Si parla di altri tempi, è vero, ma durante il suo periodo tanti ragazzi da lei lanciati hanno fatto benissimo fra i professionisti. “Non so se sia timore, ma c’è stato un grande cambiamento nel calcio. Nel decennio in cui ho allenato nel settore giovanile hanno raggiunto buoni livelli circa cinquanta ragazzi che hanno anche fatto la fortuna del Bari negli anni successivi. Bisogna lavorare in questa direzione e dare possibilità ai nostri ragazzi di mettersi in mostra. Forse un errore che viene commesso adesso è consegnare agli allenatori squadre molto lunghe che tolgono spazio ai giovani della Primavera”.



Quali sono i momenti più belli che hai vissuto in carriera?

“Ho vinto sei campionati e una Coppa Italia. Ricordo tutto dopo tanto tempo. I primi due campionati li ho vinti con il Bari a 19 anni: giocavo con giocatori forti ed esperti (Cicogna, Catalano…) che mi proteggevano e volevano che scendessi in campo con loro”.

Il dolore più grande? “Quando sono andato via da Bari a ventinove anni. Ho pianto come un bambino. Mi ero ripreso da due brutti infortuni che mi hanno tolto più di 100 partite. Se le sommi a quelle che ho disputato arrivi a mio fratello Giovanni (ride, ndr). Purtroppo, nel mio addio c’è la mano di un allenatore che non mi ha trattato bene e che voleva dare spazio ai giovani. Dopo il mio rientro dall’infortunio non mi sentivo bene fisicamente e chiesi all’allenatore di non schierarmi: da lì in poi non giocai per quindici partite. Ebbi un confronto a muso duro con lui e mi confermò che non facevo più parte del suo progetto, così come altri giocatori (Dellevedove, Totò Lopez…). Gli risposi che sarei andato via e avrei vinto un campionato. Ricordo perfettamente tutto il dialogo”.

Veniamo al Bari di oggi. La società ha investito in questi due anni ma i risultati non sono in linea con le aspettative. Perché secondo lei la Serie C è una competizione così ostica anche per rose profonde e attrezzate?

“La C è diversa. Più vai su e più c’è qualità. La serie C si basa molto sulla corsa, sulla lotta. Ci devono essere, ovviamente, anche i giocatori di qualità ma credo che la componente principale sia la tenuta fisica. Per lottare devi avere fame e tanti dei miei compagni di squadra, come me, hanno sofferto la fame. Non c’erano contratti faraonici e ogni anno dovevi conquistarti la conferma. Non vedevo mai mio padre perché lavorava in Germania e quando il Bari mi contattò, l’offerta permise a mio padre di tornare a Bari”.

Si dice spesso che grandi piazze comportino pressioni maggiori. Che significa, realmente, per un giocatore avere pressione?

“La pressione ce l’ha chi non può portare lo stipendio a casa. Bisogna stare tranquilli perché lavorare nel calcio è una delle cose più belle che ci sia. Bisogna sentirsi privilegiati e dare tutto consci di aver avuto fortuna”.

Nicolas Cariglia

3 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti