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LE "FRISINATE" DI GIGI

Dal Liberty allo Stadio dei sogni: aneddoti, scherzi e storie di un appassionato del calcio che non c'è più


Ha resistito fino a quando ha potuto. Con quella tenacia e quella grinta che lo hanno accompagnato sui campi di calcio. Gigi Frisini, il vulcano, il compagnone, la “lingua lunga”, il sanguigno, l’irruento, l’innamorato di una Bari che negli ultimi anni era diventata irriconoscibile per chi, come lui, pensava a volare sempre più in alto. L’ultimo progetto era lo Stadio dei sogni. Un’associazione di vecchia glorie biancorosse, con lui capitano, che puntava a gestire il Della Vittoria, la casa storica del pallone di casa nostra. Chi ha giocato su quel campo non riesce ad adattarsi all’astronave del San Nicola. Lì, al della Vittoria, si sentiva il respiro dei tifosi (e non solo quello), si toccava con mano la baresità della città. Amava svegliarsi presto Gigi e non disdegnava un saluto di prima mattina allo stadio dei sogni, ancora addormentato, in attesa di qualcuno che lo svegliasse come nelle favole, che riempisse l’impianto almeno per una stagione con il pubblico, i cori, i giocatori. Lui lo intercettavi dalle parti del lungomare all’alba, rigorosamente a piedi, con La Gazzetta sotto il braccio, altro immancabile simbolo della sua baresità e una misteriosa cartella all’interno della quale ci poteva essere di tutto: fogli, fotografie, pensieri, ritagli di quotidiani. Un pozzo senza fondo di “frisinate”, una miscela esplosiva e divertente a base di aneddoti, storie, scherzi, pettegolezzi, gesta calcistiche di altri tempi. Dal “tuzzo” per aprire le noci, alla mitica Miura Lamborghini che ha segnato le sue gesta di corteggiatore romantico.



Aveva anche preso in fitto un locale dalle parti del centro e lo aveva rimesso a posto con gusto. Doveva diventare la sede dello Stadio dei sogni, il catalizzatore di un movimento trasversale per costruire qualcosa di bello legato al mondo del calcio. Magari passando attraverso il rilancio del Liberty, la squadra storica della città. La sua forza era il sorriso condito da una buona dose di ironia. Era diretto, tagliente, forse scomodo nei giudizi verso un calcio che oggi ama invece i compromessi, le liturgie estenuanti, i cambi di casacca all’ultimo momento. Impossibile tappargli la bocca. Nel bene e nel male. Era questa la sua grande dote, anche come commentatore sportivo: la libertà di dire sempre quello che pensava. Nel bene e nel male.

Al calcio giocato aveva dato tanto, soprattutto sui campi di provincia. Stopper arcigno, fisico. La sua filosofia? O le gambe o il pallone. Spesso sceglieva la prima possibilità.



“Il problema è uno solo”, era la classica frase con la quale apriva e chiudeva le sue analisi. Anche questa volta il problema è uno solo: Gigi, non c’è più. Ci mancherà. Domani, alle 16,30, in Cattedrale l’ultimo saluto.

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