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JUVE E NAZIONALE, QUANDO PAOLO ROSSI GIOCAVA A BARI

In Coppa Italia contro i biancorossi il giocatore non fu mai decisivo


Siamo alla fine del terzo anno consecutivo di serie C. L’inferno si allontana. E’ il 29 maggio 1977 e lo stadio della Vittoria trabocca di tifosi ansiosi di accompagnare la squadra in serie B. Il coriaceo Campobasso non fa sconti e lo 0-0 finale comunque ci consente di scendere per le strade e festeggiare una promozione che forse avremmo già meritato un paio d’anni prima, quando il Catania ci beffò sul fil di lana. Nella stessa giornata, un gradino più su nella scala della gerarchia del Calcio, il L.R. Vicenza agguanta il primato della classifica cadetta per conservarlo fino alla fine. La squadra veneta approda nella massima serie anche e soprattutto grazie alle 21 reti realizzate da un giovane. fino all’anno prima ai margini del calcio professionistico, Paolo Rossi da Santa Lucia di Prato. L’anno seguente, in serie A, rivince la classifica marcatori e trascina la Nazionale verso un prestigioso e insperato quarto posto ai Mondiali d’Argentina, meglio e purtroppo conosciuto come il Mondiale dei Generali. Paolo Rossi è l’uomo nuovo del calcio italiano ed il presidente del L.R. Vicenza, Giussy Farina, balza alle cronache sportive per essere riuscito a strappare il centravanti al presidente juventino Boniperti grazie ad una folle offerta chiusa in una busta per regolare la comproprietà del calciatore toscano. Rossi riempie gli stadi dove la sua squadra gioca.

L’anno seguente, passato al Perugia, Rossi è finalmente di scena a Bari nella partita inaugurale della Coppa Italia 1979-80. Stadio gremito e Perugia con una insolita maglia azzurra. 0-0 il risultato finale con Rossi non ancora integrato nell’organico umbro. La sua storia con Bari si intreccerà più di una volta. Nei mai dimenticati incontri di Coppa Italia contro la corazzata Juventus, Pablito non fu mai decisivo. Con la maglia azzurra, 5 ottobre 1983, inaugura il nuovo corso della Nazionale del dopo Mundial. L’Italia batte 3-0 la Grecia e Rossi mette a segno la terza rete. L’ultima apparizione al Della Vittoria avviene il 31 agosto 1986 con la maglia del Verona sempre Coppa Italia e ancora a segno per un insignificante 1-3. In mezzo a tale racconto la triste ed inspiegabile vicenda del calcio scommesse e la favola dei Mondiali spagnoli. Una banale quanto mai chiarita omessa denuncia costa a Rossi due anni di squalifica nel pieno della sua maturità calcistica. Senza sconti, in attesa del Mundial.

Giugno 1982, la Spagna apre le sue porte al mondo del pallone. E’ appena finita Italia-Perù, l’azzurro Italia è sempre più pallido e Paolo Rossi sempre più assente. I due anni di inattività hanno lasciato il segno. L’occasione è di quelle che non ti devi lasciar sfuggire. L’informazione carica i fucili a pallettoni inveendo contro chi, ostinatamente e senza alcun criterio di logica sportiva, ha deciso di portarlo a giocare un campionato del mondo. Stretto in un angolo della sala stampa dello Stadio Balaidos di Vigo, Enzo Bearzot, grande conoscitore e amante della musica jazz, all’ennesima domanda di un cronista spagnolo sul perché di quella convocazione, risponde aspramente: “Quando hai ascoltato una volta Charlie Parker, non puoi accontentarti di un altro sax. Io nel ’78 ho visto giocare Paolo Rossi. Capisci, hombre? Il senso è tutto qui”.

Questo è un vero e proprio atto d’amore. Qui subentra, oltre ad una innata conoscenza dell’essere umano prima che dell’atleta, l’incoscienza del sentimento che ti arriva dal cuore. Il “Vecio” ha puntato tutto sul suo Paolino. Lascia a casa Roberto Pruzzo per la seconda volta capocannoniere del torneo. Convoca “Spadino” Selvaggi che, in preda a tanta felicità, dichiara: ”Mister vengo anche solo a portarvi le valigie” ed il buon Enzo: ”No Franco, basta che lasci a casa le scarpe”. Come dire che tu non giocherai mai, metti meno pressione che se ci fosse Pruzzo. E’ il coraggio dei grandi, degli onesti. Quello che accadrà nei 20 giorni successivi è scritto a caratteri d’oro nei libri di storia. Gli anni di piombo, la grave crisi economica derivante da precarie strutture finanziarie e sociali, Il governo sull’orlo di un dissesto politico che sembra irreversibile. La nostra Nazione tentava faticosamente di uscire da uno dei periodi più bui della sua storia. Tutto spazzato via dal triplice fischio dell’arbitro brasiliano(!) Coelho. Pablito e quel gruppo epico hanno prodotto il miracolo. Il mai dimenticato presidente Pertini dichiarerà che quello è stato il più bel giorno da quando è a capo della Repubblica italiana. Per un lungo periodo l’Italia ha vissuto di rendita sulle ali di quella intramontabile luce di felicità. Per un tempo assai lungo “Paolorossi”, tutt’attaccato, è stato il nostro passepartout per l’estero. Il trionfo di Rossi e dei suoi compagni traghettarono la Nazione verso un decennio, l’ultimo, di benessere e spensieratezza. I magnifici anni Ottanta. Il calcio senza procuratori-avvoltoi, il calcio con le maglie pulite, il calcio di 90° minuto. Rossi è stato l’ambasciatore di quegli anni: i ventenni dell’epoca ricordano, ebbri di felicità, dov’erano il 5 luglio 82, giorno della tripletta al Brasile. Oggi piangiamo chi ci ha regalato tutto questo. Lui, ha lasciato il calcio in punta di piedi, distrutto dagli infortuni alle ginocchia. Ha lasciato la vita in silenzio, umile nella sofferenza, coriaceo nel non voler mollare, con una discrezione disarmante. Forse era quello il sentimento che più apprezzava della gente, la discrezione. Grazie, signore del gol.


Michele Bonante

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