• redazione

DIOMEDI, IL DIFENSORE CON IL VIZIO DEL GOL

Ha marcato con la maglia biancorossa i più forti attaccanti degli anni ‘70


L’unico difensore italiano temuto da Gigi Riva. Poi ha marcato George Best, ha giocato contro Pelè, ha fermato Gianni Rivera.

Il calcio di Marcello Diomedi è un lungometraggio in bianco e nero, di quelli girati dall’istituto Luce, dove i giocatori sembrano camminare - eppure corrono - perché la velocità delle riprese è quasi al rallentatore, rispetto ad oggi. A 78 anni, l’ex calciatore del Bari è un concentrato di energie: “Il calcio 3.0? Mi piace un po’ meno rispetto ai miei tempi. Non so dare un giudizio netto, se sia più bello o più brutto. Sicuramente c’è troppo business. Tante cose sono cambiate. A cominciare dal pallone, più leggero, per finire ai calciatori. Ai miei tempi l’altezza media era di 170 centimetri, adesso di 185 centimetri. Uno si scordava i lanci di quaranta metri, da una parte all’altra del campo”.

Rimpianti? Nessuno. Diomedi sostanzialmente si è divertito. Tanto. E’ stato l’unico sardo in campo il 12 aprile 1970 nella partita decisiva per la vittoria dello scudetto del Cagliari ma da avversario. Era di Calangianus. Cagliari-Bari finì 2-0. E’ stato uno dei due a giocare e a segnare almeno una volta in tutte le categorie, dalla serie A alla Terza categoria. L’altro è il pescarese Antonio Martorella. Non ha mai sbagliato un rigore durante la carriera.

“Quando ho deciso di chiudere col mondo del pallone - racconta - non c’è stato nessun problema. E pensare che non sognavo una vita da calciatore. Mi è sempre piaciuto lavorare. Firmai con la Ternana perché a Terni c’erano le acciaierie. Ad Alghero ero impegnato nel ramo delle assicurazioni. Si partiva il venerdì per le trasferte, in nave e si tornava il lunedì. Segnai dodici gol. Ma non mi pagarono. Avanzavo un milione di lire perché il presidente diceva che potevo aspettare. Lo affrontai, litigammo, davanti ai tifosi mi diede del bugiardo. Lo sdraiai sul cofano di una Citroen. Lui saldò le pendenze e ripresi a giocare”.

I cinque anni col Bari hanno lasciato il segno: “Una città e un ambiente così non si dimenticano mai. Al della Vittoria era come se sentissi il fiato degli spettatori sul collo, tanto erano vicini gli spalti al campo”. La gente negli anni Settanta recitava a memoria la formazione biancorossa, come se fosse un rosario laico: Spalazzi, Diomedi, Spimi, Muccini... Era un po’ come per la grande Inter: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin...

Prima libero, poi mediano. Diomedi in biancorosso realizza 12 gol in 152 partite, compreso l’unico in serie A contro la sua ex squadra, la Fiorentina. Deve marcare Gianni Rivera: “All’andata non toccò un pallone. Lui però mi faceva arrabbiare: io lo anticipavo e ricevevo in cambio ogni volta una serie di calcetti da dietro. Meglio un calcione buono che poi ti restituisco, che quei calcetti fastidiosissimi”. Al ritorno però il Bari perde 5-1: “Non fu colpa mia. Nel primo tempo Rivera giocò a tutto campo. Io lo marcavo stretto, non gli lasciavo spazio. Il primo tempo finì 0-0. Poi si spostò nella sua metà campo. Il nostro allenatore, Oronzo Pugliese, mi disse di aspettarlo e di non seguirlo. Prendemmo quattro gol fotocopia: Rivera pennellava, Prati segnava. Con Pugliese ci litigai di brutto. Lo mandai a quel paese”.

Ricordi particolari con la Reggina, prossima avversaria del Bari che vuole approdare in serie B?

“Certo. Nell’unica partita disputata in Emilia all’inizio del secondo tempo si materializza un nebbione incredibile. Non si vedeva ad un metro di distanza. Una partita surreale diretta dall’arbitro Torelli di Milano. In campo si muovevano dei fantasmi. Eravamo sotto di un gol segnato pochi minuti prima da Fanello che sbucò dal nulla, beffandomi, dopo la respinta di Spalazzi. L’unico errore commesso nella partita. Poi, il nebbione. Capitan Muccini per tre volte chiese al direttore di gara di accertare le condizioni di visibilità. Richieste respinte. Ad un certo punto Spalazzi raggiunge il centrocampo per protestare e viene espulso. Quindi, il triplice fischio: tutti negli spogliatoi. Si sorteggiano i giocatori per l’antidoping, c’è chi si cambia, chi approfitta della doccia. All’improvviso l’arbitro chiama Muccini e gli dice: “Bisogna tornare in campo. Scusi, mi sono sbagliato. A norma di regolamento non potete rifiutarvi di riprendere a giocare”.

Cosa successe?

“L’apocalisse. Grida, polemiche, proteste. Per noi la partita era finita. C’era stato anche il triplice fischio. Eravamo anche senza portiere, espulso. Niente da fare. Rischiavamo una squalifica. Toneatto, il nostro allenatore, ci convinse a tornare in campo. In porta ci andò Colautti che al 25’ vola da un palo all’altro per deviare in angolo un tiro di Toffanin. Poi blocca in tuffo su Ragonesi e al 40’ una girata di testa di Crippa”.

Mercoledì come andrà a finire?

“Non sono un mago. Ho già sofferto abbastanza con Bari-Ternana, le mie due squadre preferite, se penso alla carriera. Mi sembra ci sia un equilibrio sostanziale. Forse, il piatto della bilancia del tasso tecnico pende più dal lato dei biancorossi. Al cuore però non si comanda: forza Bari”.

12 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti