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CESARINO GROSSI, IL CENTRAVANTI TASCABILE

Era alto solo 165 cm. Giocò 46 partite in biancorosso segnando 16 gol, tutti in serie A. Morì in Albania nel 1939: colpito da un fulmine o dai artigiani del Paese delle Aquile?


Anno 1939: tre giovani si facevano notare in un Bari “provinciale”. Il primo, Tommaso Maestrelli, esordiva in A a Milano il 28 febbraio: aveva appena 16 anni, 4 mesi e 19 giorni. Il secondo, Franceschino Capocasale, studente dell’istituto tecnico, costretto dal padre ad effettuare da calciatore sempre da solo le trasferte in treno, partendo il sabato sera con rientro il lunedì mattina per non perdere le lezioni a scuola. Il terzo, Cesarino Grossi centravanti nato al rione Carrassi, tanto brevilineo da essere chiamato “il topolino della serie A”. Talento eccezionale a dir poco infinito. Nella città vecchia l’avevano definito il centravanti tascabile perché alto 1,65 m per 56 kg di peso. Lo battezzarono definendolo “mezzo balilla” per accostarlo al grande Peppino Meazza detto il “balilla”. A vederlo così piccolo e minuto, non gli si dava un centesimo di fiducia; in campo, invece, era tutt’altra cosa, roba da spellarsi le mani. Era diventato l’idolo dei tifosi e soprattutto dei ragazzi. Oltre che per le sue doti calcistiche era diventato noto per un gustosissimo episodio

accaduto a Milano all’ingresso per gli spogliatoi. La sfida era con l’Ambrosiana Inter. Una partita che i “bookmakers” dell’epoca davano per “chiusa”. L’allenatore Cargnelli decideva, senza avvertire nessuno, di far esordire il giovane Grossi in campionato. All’entrata nello stadio, gli inservienti fermavano subito quel ragazzino che indossava i pantaloncini corti. Lo ritenevano il solito intruso capace di entrare senza pagare nello stadio. Fu il capitano biancorosso Cubi a notare l’assenza nel gruppo del giovane Grossi. Così il massaggiatore Paciello dovette spiegare agli inservienti che quel “ragazzino” sarebbe sceso in campo da centravanti del Bari. Ci fu una risata generale. Grossi, invece, entrò in campo e cominciò a sbalordire prima i milanesi e poi i pochi baresi presenti ad una partita che vide un continuo crescendo di gol, di emozioni, di prodezze meravigliose che portarono il Bari dallo svantaggio di 2 gol al pareggio per 2-2 ispirato dalle “giocate” di Grossi chiamato “Ninì”. In tribuna si chiedevano: «Ma quello lì è il nuovo Meazza?».

Aveva da poco compiuto i 20 anni (nato il 22 gennaio 1917) quando esordiva in serie A: i primi gol, in trasferta, ad Alessandria il 9 maggio 1937 con una doppietta in soli 2 minuti al quarto e al sesto del primo tempo. Per i ragazzi dell’epoca Cesarino Grossi era diventato qualcosa di più di un idolo, nel sillabario di ogni studente c’era la sua foto (si acquistava in formato cartolina postale da Foto Ficarelli a 20 centesimi) che serviva anche da segnalibro. È difficile scordare le sue imprese. A Torino il 16 gennaio 1938 fu straordinario: da solo trascinò il Bari alla vittoria per 4-2. Al rientro in città, i tifosi di Carrassi capeggiati da Nicolino Milella fecero gran festa offrendo un banchetto in un ristorante di via Melo. Le sue prestazioni calcistiche erano eccezionali dappertutto: Roma, Milano, Genova, Napoli, Torino, Firenze conoscevano il “Pietro Micca” del Bari che faceva saltare le difese avversarie. Ninì Grossi col Bari giocava 46 partite, segnando 16 gol tutti in A. L’ultima presenza in campo era del 12 febbraio 1939 a Roma contro la Lazio. Poi, il servizio di Leva con destinazione Albania, annessa al Regno d’Italia. D’improvviso il 22 aprile 1939 al comando presidio di Bari, da parte dell’intendente dell’Albania, giungeva questo laconico fonogramma: «Il soldato Cesare Grossi di anni 22 partito col suo reggimento 48° fanteria per l’Albania è stato colpito da un fulmine». È il testo autentico della comunicazione. Solenni i funerali: allestiti una camera ardente nella sede della società in Via Putignani e poi corteo funebre lungo Corso Cavour, Corso Vittorio Emanuele fino a Piazza Garibaldi, presenti migliaia di persone. Dietro al feretro (arrivato da Valona) tutte le autorità civili, militari e religiose. In apertura del corteo due calciatori del Bari baresi veraci, Fusco e Alfonso, portavano un enorme quadro con una grande foto del compianto Grossi. Tutta la stampa nazionale (con le firme dei più noti giornalisti non soltanto sportivi) si occupava della tragedia, della fine del giovane centravanti del Bari calcio.

Rimaneva ed è rimasto il dilemma: fu davvero un fulmine a centrarlo, appena arrivato, in Albania? Oppure, come più d’uno sostenne, furono i partigiani albanesi, che poco gradivano la presenza di truppe italiane, a colpire Cesarino Grossi mentre beveva a una fonte? Restano indelebili il ricordo del centravanti-soldato che fece innamorare del calcio una città intera e la sua carriera breve ma eccezionale. Ninì sognava di indossare la maglia azzurra e di emulare Faele Costantino, considerato suo maestro. Quando la sera del 12 aprile 1939 sul ponte di Corso Cavour, abbracciò gli amici prima di partire da soldato per l’Albania, era triste. Una specie di presagio? L’interrogativo aspetta ancora una risposta certa: Cesarino Grossi è morto per un fulmine o è stato ucciso in un agguato?


Gianni Antonucci

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