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CAVASIN E I MIEI TRE ANNI STUPENDI

"Ricordo il gruppo, lo stadio della Vittoria e i tifosi: che miscela"


Alberto Cavasin vanta una lunga militanza nel mondo del calcio sia come giocatore che come allenatore. Inizia la sua carriera nel 1973 con la squadra del Treviso, ma nel 1983 - dopo diverse esperienze - approda al Bari dove resterà per tre anni totalizzando ben 100 presenze. Con la maglia biancorossa vince due campionati e raggiunge la storica semifinale di Coppa Italia dopo aver battuto Juventus e Fiorentina sotto la guida di Bolchi. Nel 1990 inizia l’avventura da allenatore che durerà per 28 anni e che lo porterà ad allenare il giovanissimo Alessandro Del Piero negli Allievi Nazionali del Padova. Nella stagione 1999-2000 viene premiato con la Panchina d’oro come miglior allenatore della Serie A. Oggi, in attesa di un’altra panchina, segue ancora il calcio come appassionato e ammette di avere il cuore che batte ancora per il Bari.


Cavasin, partiamo da quei tre anni passati a Bari...

“Sono stati tre anni meravigliosi e molto importanti iniziati grazie al presidente Matarrese, al ds Janich e al tecnico Bolchi che mi convinsero a venire a Bari. All’epoca giocavo nel Catanzaro in serie A e dunque non era semplice accettare la serie C. Ma il loro progetto fu molto convincente”.

Cosa ricorda in particolare di quel periodo?

“Sicuramente le vittorie, la città di Bari e i tifosi. Ne abbiamo fatte di battaglie. Penso alle difficoltà del primo anno in Serie C con i tifosi ancora delusi dall’anno precedente, ma penso ai campionati vinti così come al 2-2 con la Juventus e allo storico passaggio del turno in Coppa Italia. Ricordo uno stadio della Vittoria strapieno ed una giornata meravigliosa vissuta intensamente in tutta la città di Bari. Ma c’era qualcosa di più importante...”.

Cosa?

“Il gruppo. Eravamo molto uniti e avevamo creato un bel rapporto con la dirigenza e fra noi giocatori. Ricordo che tutti i martedì, per lunghi periodi, eravamo a cena insieme con la dirigenza. Si era formata una grande famiglia, c’era unità d’intenti e i risultati erano solo la logica conseguenza. Non posso dimenticare anche le strigliate del presidente Vincenzo Matarrese”.

Una in particolare?

“Ci convocò nel suo ufficio dopo una partita giocata male col Monza. Eravamo tutti in cerchio attorno a lui e Vincenzo Matarrese ci fece una “lavata di capo” pazzesca. Ci tenne sotto una ventina di minuti. Io, ma penso anche gli altri, mi sentivo umiliato anche perché aveva parlato di valori e di sacrifici prendendo come esempio i suoi operai. Eravamo abbattuti, ma alla fine ci disse di guardare avanti e addirittura ci diede una sterlina a testa messa in un sacchettino. Il presidente Matarrese era così. Si incavolava con noi, ma allo stesso tempo ci difendeva”.




In che senso?

“Una volta i tifosi ci aspettavano fuori dallo stadio al termine di una partita giocata male. Ebbene, il presidente salì sul pullman e diede ugualmente l’ordine all’autista di uscire. Una volta fuori, il pullman fu accerchiato dai tifosi che protestavano. Così il presidente Matarrese fece aprire la porta del pullman e mentre era in piedi sui gradini cominciò a parlare e anche a urlare con i tifosi. Poi disse all’autista di ripartire e incredibilmente, mentre noi eravamo preoccupati delle possibili conseguenze, la folla si aprì in due come le acque del mar Rosso e passammo”.

Lei è legato alla città, ai tifosi e ai colori biancorossi. Ha mai pensato di allenare il Bari?

“Sì, ci ho pensato e mi avrebbe fatto piacere. Per un periodo si è fatto anche il mio nome, ma non ci sono mai stati contatti concreti con la società”.

Lei ha allenato per un breve periodo anche il giovane Alessandro Del Piero. Era già un talento?

“Assolutamente sì, era un talento puro. Tutto ciò che ha dimostrato di saper fare con la Juventus lo faceva già da piccolo. In campo faceva ciò che voleva e le sue punizioni finivano sempre dentro all’incrocio dei pali”.

Gli ha mai dato dei consigli?

“Difficile dal punto di vista tecnico. Essendo lui fisicamente esile, tuttavia, poteva migliorare sotto l’aspetto dei contrasti più fisici dove avrebbe sofferto la maggiore fisicità dei suoi colleghi più grandi una volta approdato nei campionai professionistici. Così gli feci fare degli allenamenti mirati simulando contrapposizioni con gli avversari che dovevano trattenerlo in una zona di campo ben definita, vicino l’area di rigore”.

Nella stagione 1999-2000 viene premiato con la Panchina d’oro. Cosa ha provato?

“Ho pianto. Ricordo che ero già andato via da Coverciano alla volta di Lecce. Ero ormai in prossimità dell’autostrada, all’ingresso dell’uscita Firenze Sud, quando mi chiamarono per avvisarmi che ero stato nominato miglior allenatore di serie A. Non potevo crederci.”

Torniamo al Bari. Anche questa stagione è stata altalenante. Come lo spiega?

“Non è semplice. Sono due anni che il Bari prova ad allestire una squadra forte. Quest’anno, addirittura, si pensava fosse migliore di quella dell’anno precedente quando aveva pur sfiorato l’obiettivo, ma purtroppo il campo ci sta dicendo altro. L’importante, ora, è guardare avanti e preparare in questo mese la squadra in vista dei play-off per cercare di vincere e salire in B”.

Sabato ci sarà il big match Avellino-Bari. Da ex, per chi tiferà?

“Il mio cuore batte ovviamente per il Bari perché sono stati, ripeto, tre anni stupendi, mentre ad Avellino sono rimasto una sola stagione ed avevo 20 anni. Ma non mi piace mischiare il cuore con il lavoro. Sono due società che hanno bisogno di punti per raggiungere lo stesso obiettivo. È una competizione e dunque mi schiero con il migliore”.


Rino Lorusso



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