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BRESCIANI AI TIFOSI: "ABBIATE PAZIENZA E FIDUCIA IN MISTER AUTERI"

Il doppio ex era attaccante del Bari dei baresi. Il suo soprannome? Biscia

Ci sentiamo in chat su Whatsapp con i compagni di quella squadra fantastica… Ammetto che a volte serve il traduttore, perché io il dialetto barese proprio non lo afferro…”. La chat è quella del “Bari dei baresi”, chi a volte non comprende messaggi, battute e sfottò è Carlo Bresciani che del Bari di Enrico Catuzzi è stato, insieme a Maurizio Iorio, Gennaio Maio ed Elia Acerbis tra i pochi “forestieri”. Ex attaccante e ora allenatore, vive a Viareggio.

Di quel Bari il ricordo è ancora vivo…

“Certo e spesso ne parliamo con i vari Loseto, Armenise, De Trizio, Cuccovillo. Quell’anno sfiorammo la A giocando il miglior calcio della serie B ma per qualche leggerezza arbitrale, chiamiamola cosi, non raggiungemmo l’obiettivo”.

Un Bari che resterà nella storia perché composto quasi interamente da baresi e per il suo allenatore.

“Ho avuto la fortuna di avere due tecnici che per mentalità sono stati rivoluzionari: Catuzzi a Bari e Galeone nella Spal. Non a caso Catuzzi è stato eletto dai tifosi il miglior allenatore nella storia biancorossa pur non avendo vinto nulla”.

Lei è doppio ex di Bari e Catanzaro che si sfideranno domenica al San Nicola.

“Sono stato bene in tutte le piazze in cui ho giocato. Il Bari punta a vincere il campionato, ha giocatori molto importanti allenati da un tecnico che conosce bene la categoria e l’ha vinta più volte”.

Intanto però la Ternana è a +10…

“Ma il campionato è ancora lungo, bisogna avere pazienza e fiducia in mister Auteri che ha fatto la squadra e deve andare avanti con le sue idee”.

E’ stato giusto cambiare? In fondo il Bari di Vivarini la finale playoff con la Reggiana l’aveva raggiunta, da imbattuto…

“Se la società ha scelto così avrà avuto le sue buone ragioni. Io, e come me tutti quelli che giudicano, non sono all’interno dello spogliatoio. Magari semplicemente i dirigenti hanno voluto un allenatore e hanno cambiato tanti giocatori per una squadra che proponga un gioco più brillante. Del resto a Bari hanno il palato fine”.



Torniamo all’amarcord: lei passò dal Lecce al Bari…

“Lo ricordo bene quel trasferimento, era il novembre del 1981. Il mercoledì la società mi disse che mi avrebbe ceduto al Bari. La domenica successiva con la maglia biancorossa giocai da avversario a Lecce. Ricordo che quando arrivai allo stadio e incrociai i ragazzi che sino a tre giorni prima erano stati miei compagni di squadra, non mi salutarono. Fu Di Marzio a dire ai suoi di trattarmi da avversario. Una situazione paradossale, a me veniva da ridere…”.

Quello fu un anno straordinario per la storia calcistica biancorossa…

“Sì raccogliemmo applausi in ogni campo d’Italia. Anche punti, ma non bastarono per la A. Segnai due gol importanti, negli scontri diretti con il Verona e con la Sampdoria. Con i blucerchiati firmai il gol del pari, purtroppo a pochi minuti dal 90’ Scanziani realizzò la rete della vittoria. Perdemmo 2-1 al <Della Vittoria>, quella sconfitta fu una mazzata sulle nostre ambizioni, forse anche con un pari la storia di quella stagione avrebbe avuto un altro finale”.

L’anno dopo cosa successe?

“E’ uno dei crucci della mia carriera. Praticamente con la stessa squadra, con l’unica novità di De Tommasi al posto di Iorio, che passò alla Roma, retrocedemmo in C. Ancora oggi non me lo spiego…”.

Lei è stato a Lecce, Bari ma anche a Foggia, tre piazze importanti del calcio meridionale.

“Ricordo che a Bari e a Lecce c’era tanta rivalità fra le tifoserie. Forse un po’ meno tra Bari e Foggia dove ho disputato, con Toneatto in panchina, l’anno migliore della mia carriera in B. Dalla Fiorentina mi mandarono in prestito a Foggia a farmi le ossa, avevo vent’anni. Con 13 gol fui capocannoniere ed eletto con Tardelli, che giocava nel Como, miglior giocatore del campionato”.

Era un attaccante completo, eppure poi in A non ha sfondato…

“Non segnavo molto e questo l’ho pagato, forse. A me piaceva di più mettere in porta i compagni di squadra, giocare di sponda, fare assist. E poi forse non ho fatto i sacrifici che deve fare un calciatore per raggiungere alti livelli”.

Perché la chiamavano “Biscia”?

“Forse perché ero una punta sgusciante. Credo che il primo ad affibbiarmi il nomignolo fu Moreno Roggi, quando ero nella Primavera della Fiorentina. Poi a Genova, dove sono stato tre anni, i tifosi doriani mi hanno sempre chiamato così e ancora oggi si ricordano più il mio soprannome che il mio cognome”.

Ora vive a Viareggio, in attesa di una chiamata in panchina. E’ in buona compagnia, del resto la Versilia è da sempre terra di grandi allenatori.

“Sì, spesso incontro Fascetti e Lippi”.


Con Fascetti parla anche di Bari e del Bari?

“In verità parliamo poco di calcio, e con Lippi soprattutto di pesca”.

In bocca al lupo, mister…

“Viva il lupo e mi saluti Bari e i suoi tifosi. Non sono più tornato, non ho mai visto una partita al San Nicola e mi piacerebbe farlo, magari anche andando a cena con i miei vecchi compagni”.

Quelli del “Bari dei baresi”. Quelli della chat.

Vito Contento

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