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ÁRPÁD WEISZ, IL TECNICO DEL PRIMO BARI IN SERIE A

ENTRATO NELLA STORIA, NON SOLO DEL CLUB BIANCOROSSO, VINSE DUE SCUDETTI CON IL BOLOGNA


Un posto importante nelIa storia del Bari lo merita il tecnico Árpád Weisz. Era un allenatore che in Italia vinse tre scudetti (uno con l’Inter detta Ambrosiana e due con il Bologna) rimasto nella storia del Bari quale primo tecnico della serie A biancorossa. Era un ungherese di stirpe ebraica, nato a Solt il 6 luglio 1891. A sceglierlo, era stato il commendator Liborio Mincuzzi, designato presidente del club calcistico barese. Mincuzzi non perse tempo: pur non essendo profondo conoscitore del nascente mondo del calcio, pensò bene di assegnare il Bari in mani sicure ed esperte, puntando su una specie di Mourinho degli anni Trenta. A Milano si raggiunse l’accordo e Árpád Weisz diventò il tecnico del primo Bari di serie A. Aveva quarant’anni e le cronache calcistiche lo indicavano come lo scopritore di un giovanissimo talento, Peppino Meazza, oltre ad aver vinto lo scudetto nell’esigentissimo capoluogo lombardo. Durante la prima guerra mondiale Weisz era stato prigioniero in Italia e aveva giocato a calcio nel ruolo di ala sinistra anche nella nazionale magiara. A Bari prese casa in via Podgora, a due passi dal campo degli Sport a Carrassi, dove la squadra biancorossa si allenava e poi giocava. A quattro mani, assieme a Molinari, scriveva un libro sul gioco del calcio, su cui in seguito si sarebbero formate almeno due generazioni di calciatori e di allenatori. Alla guida dell’Ambrosiana (il fascismo rinominò così l’Inter), a Milano, pensò bene di rinforzare la difesa con un espediente: inventando, cioè, la linea dei cinque terzini. Profondo studioso della materia calcistica e sempre al corrente di quanto avveniva all’estero, l’ungherese sperimentava la stessa tattica di Chapman, allenatore dell’Arsenal di Londra, che l’aveva messa in pratica arretrando il centro-mediano sul centravanti avversario. L’idea di Árpád Weisz - di cui si sarebbe servito poi il commissario tecnico italiano Vittorio Pozzo - consisteva nello strappare le mezze ale dal vero gioco di prima linea. Un’anticipazione della tattica più tardi definita “del gioco moderno”.


Alla guida del Bari modificò la posizione del portentoso Gay e cercò di ottenere da Bisigato quello che aveva avuto anni prima da Meazza. A Bari rimaneva per l’intera stagione 1931/32, lasciando il ricordo di un uomo felice con la splendida moglie Elena, bellissima ragazza della ciarda, che gli regalava, proprio nella città di San Nicola, il primogenito Roberto e in seguito la piccola Clara. Weisz, in quella stagione calcistica, riuscì a mantenere il Bari in serie A con un epico spareggio vinto contro il Brescia a Bologna. Il presidente Mincuzzi regalò a ciascun componente della squadra il bigliettone (lo chiamavano “il lenzuolo”) da mille lire. Da allenatore Árpád Weisz non volle di più rispetto a quanto offerto ai singoli calciatori. Andato via da Bari, vinse altri due scudetti (1936 e 1937) col Bologna, spezzando così l’egemonia della Juventus. Proprio dopo questi successi, entravano in vigore le leggi razziali.



Lui fu costretto a dimettersi, mentre si apprestava a vincere il secondo scudetto e a lasciare precipitosamente l’’Italia, in quanto ebreo straniero. Árpád Weisz riuscì a fuggire seguendo l’esempio di Erbstein, figlio di madre ebraica e già allenatore del Bari per due volte, prima e dopo di Weisz. I due si rifugiarono in Francia e poi in Olanda, dove l’ungherese allenò per un paio di stagioni una squadra locale, il Dordrecht, una squadra di ragazzi universitari, che riusciva a battere anche il grande Feyenoord. Una fuga inutile: nell’autunno del 1942 il tecnico e la sua famiglia venivano internati dalle SS e stipati in un treno piombato diretto verso l’orrore. Il grande tecnico di calcio finiva nel lager di Auschwitz, la moglie Ilona e i due piccoli Roberto e Clara in quello di Birkenau. L’ebreo errante del calcio italiano sopravviveva fino al 31 gennaio 1944.



Il Comune di Bari ha accolto la richiesta dei Veternai dello sport e ha dedicato a Weisz una strada nei pressi dello stadio San Nicola. Lo stesso ha fatto Milano. Nello stadio Dall’Ara di Bologna, sotto la torre Maratona, è stata posta una targa per non dimenticare il grande allenatore. Il giornalista Matteo Marani ha scritto su questo incredibile personaggio uno splendido libro (“Dallo scudetto ad Auschwitz”), nel ricordo di un calcio che non c’è più e di un uomo unico .

Gianni Antonucci


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